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Un festival, due vie, trenta film

Dan Muggia, Ariela Piattelli
DIREZIONE ARTISTICA PKF 2007

Siamo arrivati alla seconda edizione del Roma Kolno’a Festival. Vogliamo proseguire sulla strada intrapresa l’anno scorso, quando la piccola e modesta rassegna di film israeliani e di argomento ebraico che il Centro Ebraico Pitigliani organizzava da quattro anni, si è trasformata dopo una lunga gestazione in un festival vero e proprio, grazie alla passione anche alla dedizione del direttore artistico che ci ha preceduti, Maurizio G. De Bonis. Camminiamo sulla stessa strada e lo facciamo non per inerzia, ma per la volontà di approfondire e allargare l’orizzonte dei nostri, e dei vostri interessi per il cinema israeliano e il cosiddetto cinema ebraico. Il legame tra questi due diversi ambiti non è evidente di per sè; si tratta infatti di due realtà assai diverse tra loro. Per cinema israeliano si intende innanzitutto l’insieme di film prodotti nello Stato di Israele. Come per il cinema italiano, anche per la classificazione di “cinema israeliano” si intende un modo di fare film distinto da quello di altre cinematografie nazionali, sia dal punto di vista della forma che dei contenuti. Il cinema israeliano ha una sua storia, una sua tonalità e si evolve in un ambiente sociale del tutto particolare. Quello che invece chiamiamo il cinema di argomento ebraico non ha confini ben definiti. Si tratta di una cinematografia che affronta la cultura ebraica direttamente o in senso lato, e che ad essa si ispira. In questa categoria è possibile includere film provenienti dai quattro angoli della terra (per lo più della Diaspora, meno da Israele). Film che si occupano del mondo ebraico, di ebraismo, della famiglia ebraica, ma anche pellicole che sono state realizzate da registi ebrei e che non affrontano direttamente questa cultura, ma contengono in nuce elementi e motivi propri delll’ebraismo, in modo “sotterraneo”, non percepibili a prima vista.


La presenza in un unico festival di questi due ambiti cinematografici ben distinti rende possibile, così speriamo, la conoscenza della specificità di ciascuno di loro, ma anche la scoperta dei numerosi punti di contatto, di cui forse non saremmo stati del tutto consapevoli prima di vedere questi film “in sequenza”, in un confronto diretto. Chi di voi deciderà di avventurarsi nei meandri del nostro variegato programma si imbatterà ad esempio in tre cortometraggi prodotti dalla “Maale” – scuola superiore di cinema di Gerusalemme e concepita per studenti religiosi. Questi giovani registi riservano molte sorprese e nonostante operino sotto la stretta sorveglianza di un rabbino, incaricato di controllare i loro lavori, affrontano con grande originalità e spregiudicatezza cruciali questioni di estetica e di narrazione cinematografica (considerata anche la complessità del concetto dell’immagine nell’ebraismo). Pur rimanendo fedeli alla loro comunità di origine, questi registi si rivolgono anche al pubblico israeliano laico. In quale categoria inserire questi film? nel cinema israeliano? O in quello ebraico? (a volte le categorie non funzionano). Altra pellicola che proporremo al pubblico italiano è “My Father My Lord”, diretta dal regista David Volach (nato in seno a un’ortodossia poi abbandonata): il film, interamente ambientato nella comunità ultraortodossa di Gerusalemme, solleva molte questioni, ma sono queste soltanto religiose o appartengono anche (se non di più) agli abitanti della Tel Aviv laica? E ancora un’altra sorpresa: “BeYiddish Ze Nishma Yoter Tov” (“In Yiddish è meglio!”) di Modi Baron e Anat Seltzer, film che narra la storia di Dzigan e Schumacher, una coppia di comici che per il fatto di recitare in lingua yiddish non furono ben accolti in Israele – la terra degli ebrei (l’yiddish era la lingua degli ebrei dell’ Europa orientale prima della Shoa, così in Israele per un certo periodo fu considerata come un tabù).


Il nucleo del programma è costituito da sette lungometraggi israeliani di finzione. Film di veterani del cinema e di giovani leve che hanno avuto notevole successo negli ultimi anni, conquistando l’attenzione e l’interesse del pubblico israeliano (con risultati che, relativamente alla dimensione del paese, possono altrove sembrare invidiabili). Film proiettati in festival internazionali dove spesso ricevono importanti riconoscimenti (si pensi ad esempio a “Meduse” di Etgar Keret e Shira Gefen o ancora a “Biqur HaTizmoret” di Eran Kolirin che sono tornati dall’ultimo festival di Cannes con due prestigiosi premi: la caméra d’or e il prix de la critique internationale) e sono stati poi distribuiti su scala internazionale (i diritti per la distribuzione in Italia di Sweet Mud, che presenteremo al nostro festival alla presenza dell’ attrice Ronit Yudkevitch, sono stati già acquistati in Italia da Metacinema). Accanto al cinema di fiction vogliamo anche porre l’attenzione sul documentario – che è senza dubbio il fenomeno più interessante del nuovo cinema israeliano. I film presentati durante il festival affrontano una serie considerevole di argomenti. Non solo il conflitto israelo-palestinese (da cui è comunque impossibile prescindere), ma anche lo spietato mondo del lavoro in Israele, con nuovi e vecchi immigrati, il terrorismo, la tradizione araba, e la grande ombra della Shoa che incombe (a volte anche questo è punto di contatto tra il cinema israeliano e quello di argomento ebraico). Presenteremo pellicole non solo in ebraico ma anche in amarico, in arabo, in tedesco, in inglese (con sottotitoli in italiano). Eppure sono tutti film israeliani, film personali e film sociali, film di viaggio e film di introspezione, commedie leggere e terribili tragedie. La quintessenza del cinema, dunque.
Nel percorso che abbiamo intitolato “Identità e umorismo” verranno presentati invece tre film di registi ebrei americani, di origini europee (mentre i comici Dzigan e Schumacher venivano censurati in Israele, il teatro yiddish conquistava New York e faceva ridere intere platee): Woody Allen, David Alan Mamet e Mel Brooks, perché dietro il loro cinema si nasconde una profonda riflessione sull’identità ebraica, lontana anni luce dalla semplice classificazione di “umorismo ebraico” con la quale a volte si tenta di categorizzare questi film e si finisce per liquidarli superficialmente. Per questa sezione abbiamo scelto tre pellicole molto diverse tra loro. C’è il Mamet inedito della commedia con Hollywood Vermont, la comicità della parola di Brooks con Frankenstein Junior, e un il film di un Woody Allen filosofo, Harry a Pezzi.


Per l’altra sezione dedicata all’argomento ebraico abbiamo scelto di fare un piccolo omaggio ad un grande regista: Daniel Burman, giovane cineasta della Nouvelle Vague argentina. El Abrazo Partido e Aspettando il Messia di Burman mettono in luce alcuni aspetti dell’ebraismo. Ma pongono anche questioni che appartengono al nostro tempo, come vivere la propria identità all’alba del nuovo millennio, cercando di orientarsi in un mondo globalizzato.
Quest’anno abbiamo cercato di rivolgerci anche agli spettatori giovanissimi, così ci saranno due proiezioni speciali dedicate agli studenti delle scuole. Per molti di loro sarà forse la prima volta che entreranno in una sala cinematografica per vedere un film israeliano seguito da un dibattito.
Per tutti invece ci saranno numerose occasioni per discutere dei film dopo le proiezioni, insieme agli ospiti venuti appositamente da Israele. Ci sarà anche una conferenza sul nuovo cinema israeliano. Poi ci sarà anche un dibattito dopo la proiezione del film “My Father My Lord” in cui interverranno degli “esperti in materia” per affrontare le complesse questioni proposte dal film.
Infine è importante ricordare che i film sono realizzati dai registi e non dai curatori del festival. L’emozione e la riflessione sorgono solo nell’incontro tra lo spettatore e l’opera nell’oscurità della sala di proiezione. Per questo invitiamo il pubblico a leggere attentamente il programma e a selezionare i film seguendo i loro interessi. Sarà meglio vedere due film del grande documentarista David Ofek, o invece assistere alla proiezione di due opere del provocatorio regista Tomer Heymann? Alcuni preferiranno costruire il proprio programma sui temi del femminismo, quindi sceglieranno di vedere “Cemetery Club” di Tali Shemesh, “Badal” di Ibtisam Mara'ana, “Tre Madri” di Dina Zvi Riklis, tre opere di tre eccellenti registe. Se invece chi sceglie è un giovane amante del cinema forse preferirà ridere ancora con Frankenstein Jr. di Mel Brooks in proiezione notturna, di perdersi nei labirinti dell’enigmatico “Frozen days” di Danny Lerner o semplicemente sceglierà di trascorrere la serata in compagnia delle Drag Show Girls protagoniste di "paper Dolls". Questo è lo spirito di un festival. La libertà di scegliere il proprio film e avere la possibilità di farsi guidare.

Dan Muggia e Ariela Piattelli
Direzione Artistica PKF2010


Con una laurea alla Beit-Zvi Drama School, e un master in cinema alla N.Y.U. ( e diplomato alla Mandel School for Educational Leadership), Dan è stato un attore, ed oggi critico cinematografico, insegnante e curatore. Fino al 2004 ha lavorato alla Israel Film Service e dopo ha pubblicato il suo primo libro: 100 Film Masterpieces. Ha prodotto il documentario “Naomi’s Corset” di Gerard Allon’s, che ha riscosso successo in vari festival (tra cui il Jerusalem Film Festival). E’ stato managing producer del South Film Festival 2005 di Sderot, e membro della giuria al Docaviv International competition, al Jewish Experience competition del Jerusalem film Festival. Oggi Dan insegna cinema in Israele, al Sapir College e alla Beit Berl Art School.

 

 

Ariela Piattelli è nata a Roma, dove ha studiato al DAMS di RomaTre e si è laureata in Storia e critica del cinema. Oggi è giornalista e collabora con « Il Corriere della Sera ». In passato ha collaborato per alcune testate, tra cui « Il Giornale », l’agenzia Apcom (al desk di New York ) e la rivista di cultura ebraica « Shalom » di cui è ancora redattrice. Nel corso degli anni ha approfondito gli studi sul rapporto tra arti figurative ed ebraismo, e nei suoi numerosi viaggi in Israele è venuta a contatto con il cinema israeliano. Dal 1998 è consulente dell’Ambasciata d’Israele in Italia per iniziative culturali e festival cinematografici. E’ stata membro della giuria al Jerusalem Film Festival 2008 (per la sezione “Jewish Experience”) ed è curatrice insieme a Raffaella Spizzichino e Shulim Vogelmann, del Festival Internazionale di Letteratura Ebraica. Nell’ultimo anno ha prodotto alcuni eventi culturali tra Italia e Israele, tra cui il concerto di Idan Raichel Project a Roma (Piazza del Campidoglio, in collaborazione con Zètema) e l’anteprima italiana di “Seven Days” di Ronit e Shlomi Elkabetz, nell’ambito del Festival Internazionale del Film di Roma.

EDIZIONE 2007






Imamgini dal festival



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